Prefazione di Angelo Foletto

La scuola è un fondamento irrinunciabile della società civile. Disfacendo il filo del discorso intrecciato in Vorrei una scuola con i suoni del mareche seziona, ribadisce e convalida opportunità e fondatezza del grado logico successivo («non può esserci scuola senza musica»), la deduzione è una sola. Miserabile e confusa è la società senza musica. Più povero è il paese se un «esercito di ‘stonati’ rifiuta di includere la musica nella vita della scuola, come se fosse una dimensione antitetica alla logica e non una sintesi tra natura, affetti, relazioni e pensiero razionale, organizzatore, critico», ammonisce Luigi Berlinguer. Alla deduzione-conclusione Josè Antonio Abreu offrì al Venezuela una risposta visionaria colSistema Nacional de las Orquestas Juveniles e Infantiles, in superficie un’iniziativa di capillare alfabetizzazione musicale; in profondità un progetto ‘politico’ che ha cambiato la società di quel paese, tant’è che dal 1975 ‘resiste’ ai traumatici avvicendamenti governativi venezuelani. L’avevano capito e teorizzato non astrattamente i filosofi greci, richiamati spesso, al cui pensiero rimonta tutto il sistema logico e politico-formativo occidentale.

Per ‘ridurre’ a motto l’itinerario-dialogo peripatetico di queste pagine – pilotato tra amichevole convivialità e fertile intimità intellettuale che non distraggono dal ragionamento, anzi lo costringono, nella naturale organizzazione oraria indotta dai panorami e dalla luce di Stigliano – basta uno strillo: «senza musica non esiste società democratica e libera». Ma è una scorciatoia-promozione, la fascetta del libro: non dà conto delle ramificazioni di competenza giuridica, saggezza dirigenziale, discernimento politico e sostanza filosofica che calamitano la lettura. E ha la consistenza caduca d’un aforisma non l’energia robusta del radicamento civile e universale che si ricava dall’esigente trattazione di Vorrei una scuola con i suoni del mare: integrazione audace, rodata dall’esperienza sul campo di questi anni, dei principi esposti e praticato da Berlinguer già nellaNuova scuola(2001).

Nel libro-pamphlet i capitoli-paragrafi ‘respirano’ con i tornanti delle argomentazioni, e l’appendice tecnico-legislativa lo riconduce alla funzione di manuale di lotta politico-giuridica: «lanostra guerra d’indipendenza». In Vorrei una scuola con i suoni del maregli ‘alti conversari’ condotti da Gianni Nuti procedono con dialettica socraticamente stringente: ben conoscendo i punti forti e facili da accendere, l’allievo ‘ripassa’ col maestro i criteri e il frutto di sistematiche battaglie, di connivenze-correità intellettuali combattute in nome della modernità e dell’attualità sociale del sistema-scuola. Ragionando sul presente ma guardano al futuro di quell’universo liquido che è la formazione scolastica: «progetto di vita attorno agli studenti»; tenendola agganciata all’evoluzione della politica e della realtà dei nostri giorni. Lo scopo è dichiarato: dare conto di come fare, sul piano morale e pedagogico, sociale e giuridico-legislativo, psicologico e tangibile – «al contrario dell’intellettuale puro che cerca conferme nella sua corporazione, nella scuola […] si opera per il territorio»; e ‘per’ il territorio aggiungiamo noi – affinché il sostantivo “educazione” sia per tutti sinonimo di «avventura, amore per il bello e riguadagnata idea di libertà». Riaffermando che «senza affettività non c’è scuola, non c’è studio vero».

Ogni tanto il dialogo-intervista ha il passo sommesso della confidenza che richiama le storiche esperienze personali del protagonista: vorrei «rintracciare nella tua memoria biografica i segni che ti hanno portato, da giurista e storico, a occuparti, nei panni di uomo politico, d’istruzione e educazione prima, di musica e arte poi» propone Nuti. Più spesso ha il ritmo musicale serrato della polemica, del pretesto didattico-filosofico o del laboratorio di idee che tali esperienze, alcune ancor oggi aperte e valide, suggeriscono. Perché se la formazione, e il ruolo della musica nella crescita dei cittadini responsabili, sono argomenti anche politici, è giusto che dalla politica si parta. Per capire se la formulazione è utopica o pra(gma)ticamente valida.

In Vorrei una scuola con i suoni del marediventa affascinante ripercorrere, ad esempio, i momenti e le ragioni fatali per cui i meccanismi virtuosi della politica militante di cui Berlinguer è (stato) appassionato difensore e indefesso apostolo nei suoi molteplici ruoli pubblici e governativi, dieci anni fa sono stati necessariamente ‘tradotti’ nella creazione del «Comitato Nazionale per l’apprendimento pratico della musica per tutti gli studenti». Mostrando che il cammino ‘musicale’ e la ‘missione’ dell’ex-ministro e ex-rettore Berlinguer, proprio come i fondanti «suoni del mare» della fanciullezza nascono con la formazione del suo stato di cittadino maturo e informato. Impegnato, si diceva una volta. L’aggettivo così pieno di significato suona stravagante in un’attualità che spesso non comprende – né seleziona e premia «senza bigottismi e paternali» – il valore positivo dell’educazione ai sentimenti, compito principale dell’insegnamento. E non sa riconoscere alla scuola un ruolo sociale ideale e costruttivo basilare al di là dell’«obbligo» (che secondo Berlinguer andrebbe esteso per tutto fino alla maggiore età), né il carico di fatica e di pensiero che vi sta dietro perché la società non ammaestrata («stonata» anche in questo caso) vede in ogni segnale di sforzo intellettuale e di responsabilità personale un intralcio e un ‘pericolo’ verso un malinteso concetto di libertà.

Libertà non è anarchia ma regole che consentano di viverla. Scuola moderna significa – come nella politica vera – sperimentazione della società evoluta del futuro. E Berlinguer, dal 1996 al 1998 alla guida del Ministero della pubblica istruzione e, ad interim, dell’Università e della ricerca scientifica e tecnologica, quindi fino al 2000 ministro della Pubblica istruzione, è un testimone di fiducia. La ‘sua’ scuola non è un istituto «aulocentrico» dove si pratica il rito della lezione come «conferenza trasmissiva» e si riafferma il ruolo di «insegnanti-notabili del sapere istituzionale», ma un luogo aperto di comunicazione reciproca: «l’educazione non passa attraverso l’imposizione ma la conquista». Uno spazio-tempo, «fusione tra corpo e mente e un’ecologica osmosi tra individuo e ambiente» (Nuti), che «promuove le diversità e questo diventa un requisito dell’istruzione» (e renderebbe pleonastiche le pubblicità-progresso antibullismo, viene da aggiungere). In grado di riaffermare in ogni manifestazione didattica che «l’apprendimento è l’antitesi dell’unisono; deve essere una polifonia di voci diversificate». Un luogo doveanche l’edilizia tiene conto della continua evoluzione delle competenze richieste e dei modelli di «stili cognitivi» che gli alunni più o meno esplicitamente reclamano. E le ‘diversità’, divulgate come beneficio formativo, sono indicatori di ricchezza culturale e microcosmo della società liquida e multiculturale nella quale fortunatamente viviamo. Nella scuola l’idea di «comunità», un tempo orgoglio della politica, può essere recuperata. Dando strumenti adeguati anche al pasoliniano «nuovo proletariato educativo» ma senza aver paura di un cammino formativo che sia (anche) necessario e non ipocrita «studio di preselezione sociale». Un’istituzione-palestra educativa rigorosamente ‘scientifica’ ma agganciata alla realtà. Riscattata dai costi storici dell’ideologizzazione di sinistra che per decenni ha macchinalmente opposto la dimensione scuola a quella del lavoro, la logica al mestiere.

La musica, per natura teoria e pratica, pensiero matematico, razionalità e sentimento, comunicazione e apprendimento reciproco – soprattutto come insegnamento –- è il luogo in cui il concetto di «nuovo tempo scolastico» e di «casa-dimora» trova istantanea consistenza. Nella pratica musicale la parola studiumè amata e praticata quotidianamente, e l’immagine di ‘comunità’ appartiene fisiologicamente al «far musica insieme» (voci, strumenti o gesti, non importa); rende complice chi vi partecipa da testimone o spettatore. Far musica è forma e contenuto (didattico, e non solo) insieme. Nessuna materia o disciplina scolastica come la musica può esserlo ma tutte possono ispirarvisi (se non modellarvisi). È esperienza collettiva che insegna a essere «autonomi e autonomisti» ma non individualisti. La pratica musicale «per tutti gli studenti» è un autentico progetto di vita attraverso cui il sistema-scuola frenato da ritardi, contraddizioni e scelte legislative dettate più dell’umore che dall’amore, può ritrovare un conveniente equilibrio pedagogico e sociale.

Opportunamente e reciprocamente sollecitato, e ferme restando gli specifici ambiti e passioni culturali (sono entrambi musicisti), l’acume degli interlocutori di Vorrei una scuola con i suoni del marenon si pone limiti. Le citazioni dantesche si intrecciano a teorie pedagogiche e neuroscientifiche avanzate. Non mancano riferimenti tecnici e interpretativi ai frutti, i vizi (e le utopie, quando è il caso) delle leggi e delle deleghe. Il «professore» com’è affettuosamente per tutti i collaboratori e per l’esercito di operatori didattici che in vario modo sono stati contagiati o rafforzati attraverso l’esempio dell’energica passione di cui queste pagine riflettono i bagliori, non ci nega gli slogan da politico avvezzo ai comizi d’una volta. Ma poi ogni speculazione è ricondotta alla pratica, e alle strategie concrete. Al fare che è anche essere. Ai ragionamenti obbligati per far capire agli «stonati» che tra musica e logica ci sono più parentele che separazioni, che la formazione autentica del cittadino non può rinunciare a sviluppare oggi l’intelligenza artistica se non vuole avere domani un cittadino, anzi un uomo, a metà. Il realismo del politico e giurista laico però non si fa incantare dalle formule burocratico-protocollari e mette in guardia: «non basta che la musica nella scuola sia sancita».

L’intelligenza e determinazione politico-culturale che escono da queste pagine spiegano, senza ambiguità né adulazioni, il debito che la società civile italiana ha contratto con la statura pedagogica, non solo ‘musicale’, di Luigi Berlinguer. Un debito che inVorrei una scuola con i suoni del marela qualità dialettica del suo incalzante allievo-interlocutore traccia con lealtà colta e intensa. Il titolo lieve del volume ‘suona’ come il ritmo marino ma alla fine della lettura ci viene da parafrasarlo in “vorrei una società con i tempi e i modi della musica a scuola”. Richiama l’eco dei ricordi da bambino di un testimone e combattente civile d’altri tempi, caparbio e virtuoso, che ha permutato l’ottimismo della ragione nella certezza: «senza musica nella scuola non c’è luce nel nostro pianeta».

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