La necessaria riflessione sul recente risultato elettorale non può limitarsi a verificare solo chi ha vinto e chi ha perso. Per quel che riguarda il Partito Democratico è certamente essenziale guardare anche alla dimensione dell’insuccesso, decisamente rilevante, che indica una seria disaffezione da parte del proprio elettorato. Il quale ha infatti voluto così esprimere una severa critica non solo sul recente operato, ma soprattutto sull’immagine complessiva del partito. Ci sono certamente varie concause alla base dell’insuccesso: la litigiosità interna, ad esempio, ne ha dato un’immagine non certo edificante, specie in assenza di una efficace riduzione ad unità da parte della leadership.

Essa ha indubbiamente pesato. Ma io credo che abbiano pesato soprattutto una valutazione insoddisfatta della strategia del partito, la debolezza della sua visione del mondo, della sua cultura politica generale. Analogo insuccesso, del resto, hanno registrato in tutta Europa vari partiti socialisti e forze di sinistra, specie negli ultimi tempi. In effetti questo voto pone un problema più grosso, tocca la stessa idea di socialismo, che appare abbia bisogno di essere riesaminata, specie alla luce dei grandi mutamenti intervenuti nella società contemporanea: l’Ottocento è ormai abissalmente lontano.

Penso si debba ripartire dal rapporto fra idea di sinistra e natura del cambiamento sociale proposto. Cambiamento, certo; ma non basta più affermare la sua necessità, se non si definisce quale cambiamento. In realtà esperienze di Socialismo, di una nuova società socialista appunto, non esistono, non costituiscono più come tali un vero appeal, una vera attrazione, neanche per la stessa sinistra. Siamo certi che non ci si debba domandare se esse siano ancora credibili? In buona sostanza che cosa si intende, che cosa si vuole realizzare, in che cosa consiste questo cambiamento, la novità che la sinistra propone, per la quale la sinistra è investita dal compito di mobilitare l’azione e la lotta? Proprio in questo, di certo, alcuni dei punti nodali delle tradizionali battaglie di sinistra necessitano di una radicale innovazione.

Pare ormai maturo che categorie come quella di classe operaia o come quella del lavoro debbano essere rivisitate. Il lavoro, il mondo del lavoro, le forze del lavoro sono stati punti qualificanti, di riferimento centrale per la sinistra. E sono stati fortemente collegati alla condizione operaia, idealmente e ideologicamente incentrati sulla classe operaia. Non è sul “lavoro” in sé che discuto, ovviamente, ma su quella identificazione, rappresentazione, ideologizzazione di allora. Esse appaiono oggi limitate, limitative, non rappresentative delle nuove forme e dei nuovi assetti produttivi, e quindi dei ceti sociali cui la sinistra può e deve fare riferimento. E’ persino rispetto alla funzione del lavoro, alla sua valenza economica, non solo sociale, che la riflessione va allargata, ampliata, in diretto collegamento con la sua definizione e il suo spessore politico. Questo vale anche per il suo intreccio con la retribuzione, con il salario, la sua natura e consistenza, e quindi rispetto alla condizione di salariato, appunto, per il profilo sociale e quindi politico di tutto ciò. E’ proprio quel particolare modo di collocarsi nella società e di assumervi rilievo che va riletto, attraverso un’aggiornata analisi della società contemporanea. Avvalora questa ipotesi lo stesso esame del voto, di una nuova disponibilità a sinistra di ceti sociali che nel passato seguivano un’inclinazione moderata, e al contrario di una maggiore resistenza a confermarsi di sinistra di altri ceti sociali che invece a sinistra sembravano collocarsi naturalmente.

Attenzione. In una società in cui tendenzialmente si va verso una scolarizzazione di tutti, con la “scuola di massa”, muta profondamente il rapporto fra cultura, istruzione e lavoro, variamente considerato. Questa è certo una rilevante novità del mondo contemporaneo, da cui non si può prescindere. Oggi è impossibile esaminare il lavoro in modo nettamente distinto dal suo rapporto con il sapere, proprio perché tende addirittura a non esistere più il lavoro senza sapere. Nessuno, e a maggior ragione la sinistra, potrà più tenere distinti questi due valori: si pensi ad esempio al rilievo assunto ormai dalla “formazione professionale”, come forma permanente di cultura diffusa.

La tendenziale e crescente contaminazione del lavoro da parte del sapere, cui si deve la necessaria e progressiva sua qualificazione, ne costituiscono un intrinseco connotato, come tale caratterizzante nella e della società contemporanea. Entrambi devono essere assunti insieme come un dato strutturale di questa società, e soprattutto sta alla sinistra proporlo, così come uno degli obiettivi centrali della sua azione progressista. È ciò che serve ad una società moderna, diviene base essenziale della giustizia sociale, ed è anche un bisogno naturale dell’essere umano oggi: tutto ciò non può essere assente dal programma e dalla azione concreta della sinistra. L’essere sociale contemporaneo è il lavoratore, il soggetto che lavora, ma che insieme studia, tende sempre più ad estendere il proprio sapere: questa è la sua vera identificazione e qualificazione umana, insisto umana. Questa è la definizione dell’ essere, umano, che è insieme essere sociale, produttivo, istruito.

Siamo palesemente difronte a nuovi orizzonti del programma e dell’azione progressista, della sinistra, diciamo pure di ciò che abbiamo chiamato socialista. Lo dico con soggezione, ma lo sento intensamente. Partiamo sempre dall’equità, dalla giustizia sociale, che ha mosso nel mondo miliardi di persone nella loro ansia e nel loro bisogno di riscatto. Ma arricchiamoci di un nuovo profilo, decisamente esaltante: quello per cui ora, in questa modernità, lo stesso riscatto sociale deve fare i conti con la cultura, il sapere. La sinistra parta da questo, per battere l’iniquità; parta dal sapere come importante molla del riscatto. Non è più tollerabile che esistano soggetti in grado di studiare, e altri soggetti che non vengono messi nelle condizioni di farlo, di farlo proficuamente, con meritato successo. Principio essenziale di equità, di giustizia sociale è l’estensione a tutti del diritto di sapere, di studiare, di essere aiutati ad imparare. Quindi sapere e lavoro insieme, come elementi primari di equità, di giustizia sociale. Ne consegue un secondo profilo: apprendere, una sola parola, ma vero motore di crescita. Imparando si cresce. La natura è spesso, quasi sempre in crescita. La crescita è pertanto un connotato naturale connesso alla natura, segnatamente alla natura umana; è una sua caratteristica costitutiva. Ogni essere umano cresce, chi più chi meno; egli si caratterizza col fatto del crescere. E, per crescere e nel crescere, apprende. Chi apprende è, esiste, qualifica così il suo essere. Ma di più, è cittadino, qualifica la sua cittadinanza. Sostenere la crescita, l’apprendimento, deve essere, è quindi un’idea di sinistra, deve diventare un fondamento della sinistra, di un’azione sociale progressista, volta ad accompagnare la natura dell’essere umano, a soddisfarla e realizzarla nell’ottica anch’essa del supremo comandamento della giustizia sociale.

Studio, cultura, apprendimento, crescita, vero patrimonio progressista: ma non finisce qui l’orizzonte progressista dischiuso alla sinistra. La crescita intellettuale e lavorativa, attraverso la quale compiutamente l’essere umano si realizza, incarna un principio di dignità, un obiettivo di dignità. Assicurare ad ogni essere umano piena dignità nel realizzare se stesso ed il suo vivere sociale è certamente un altro aspetto qualificante, costitutivo, e quindi un obiettivo vero di un’azione di sinistra.

Tutti elementi, questi, che convergono su una questione generale, risolutiva per definire il progressismo: la necessità di un inscindibile rapporto fra libertà e uguaglianza, fra libertà ed equità. Assolutamente inscindibile: solo quando questi due aspetti marciano insieme si realizza un’azione progressista. La sola libertà a dispetto dell’eguaglianza, con sacrificio dell’eguaglianza, può ingenerare ingiustizia. Di converso, perseguire obiettivi di eguaglianza, di sola eguaglianza, ha talvolta prodotto risultati negativi, di contrazione di libertà, con risultato anch’esso intollerabile nell’ottica progressista. In particolare anche nel campo del lavoro, come in quello dell’istruzione l’obiettivo progressista moderno è di assicurare a ciascuno il diritto di scegliere il lavoro che più aggrada e l’indirizzo di studi più confacente a se stesso. In altri termini, un profilo di libertà che interagisce con l’assetto della società, diventa un elemento qualificante di una società evoluta e insieme profondamente giusta. Fino a caratterizzare una connotazione di sinistra più moderna che nel passato.

Non è possibile in questa sede esaminare altri importanti profili del tema qui affrontato. La sottolineatura delle iniquità accennate ci consente tuttavia di mettere in evidenza quali strutture sociali, quali azioni di libertà e di eguaglianza possono connotare una società con squilibri e limitazioni contro le quali sviluppare una vera azione di sinistra: una società, cioè, nella quale la sinistra sia una forza di opposizione sociale. È questo il vero senso della precedente affermazione sul Pd come partito di opposizione sociale, che sia politicamente collocato all’opposizione o al governo. In altri termini, anche quando il Pd assume per mandato popolare funzioni di governo, si può dire che esso conserva una funzione di opposizione sociale, persegue un’azione di cambiamento. Perché questa società, così come è, non ci sta bene, non soddisfa le nostre idealità di libertà e giustizia. Le ingiustizie sociali continuano ad essere presenti; ciò che noi vogliamo è una società diversa, più giusta, più libera.

Questo aspetto non è certamente emerso a sufficienza nel corso della recente campagna elettorale, e la sua assenza non è stata apprezzata da una parte del corpo elettorale. Una forza di sinistra deve essere sempre di sinistra, effettivo fattore di cambiamento: riformista, anche pragmatica, operativa ma incessantemente di cambiamento. Comprendo che è difficile, arduo, tenere insieme i vari aspetti dell’azione politica in proposito, per essere in grado di cogliere le articolazioni che una maggioranza contiene in sé. Compito difficile, ma assolutamente necessario. Certamente è questa una delle lezioni più profonde del 4 marzo: tenere la barra giustamente indirizzata a promuovere sviluppo, conseguire concreti successi, consolidare una larga partecipazione democratica e non distrarsi mai nella spinta al cambiamento.

Parte qualificante resta una politica progressista puntuale e incalzante, la rivitalizzazione di un partito, del partito, unico e necessario strumento di partecipazione democratica, specie per obiettivi progressisti, corroborato dall’unità dei suoi obiettivi e dei suoi protagonisti. La ricostruzione del Partito è certo la questione prima, rinviabile.

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