Berlinguer: «Cari dem, riscoprite la lotta: ora è tempo di opposizione»

«Il Pd ha perso perchè non è riuscito a mobilitare la base, facendo prevalere la pur importante funzione di governo sulla politica». Luigi Berlinguer, storico dirigente del Partito comunista e tra i padri nobili del Pd, vede una sola via contro l’inabissamento della sinistra riformista

l’intervista di Giulia Merlo per il Dubbio

L’errore del Partito Democratico è stato quello di non essere riuscito a mobilitare la sua base, perché «la sua funzione di governo ha prevalso sulla Politica con la p maiuscola». Per Luigi Berlinguer, storico dirigente del Partito comunista e tra i padri nobili del Pd, la sconfitta elettorale del centrosinistra assomiglia ad una svolta storica: «Sembrerebbe che la sinistra non eserciti più quella grande forza di attrattiva che ha avuto in altre stagioni».

La domanda che si pongono tutti gli elettori dem è il perchè di questo tracollo. Lei che risposta si è dato?

Partiamo da un dato: l’aumento dell’affluenza alle urne ha indicato positivamente una maggiore volontà di esprimersi da parte dell’elettorato, nel quale non ha prevalso il desiderio di abdicare alla sua funzione, come invece è successo nelle passate elezioni. Il secondo elemento, collegato a questo ma ben più rilevante, è che si è trattato prevalentemente di un voto di opposizione. Attenzione: non solo di opposizione politica, ma di forte insoddisfazione per la società in cui viviamo.

E quindi di insoddisfazione rispetto al governo uscente?

Questo è un altro elemento: il successo delle misure di rafforzamento dei diritti realizzate dalla gestione governativa del Pd non ha pesato positivamente nelle elezioni. È innegabile che si siano conquistati alcuni diritti mai riusciti ad ottenere prima, ma questo bagaglio di successi non ha orientato l’elettorato e anzi ha penalizzato il partito che li aveva realizzati. Eppure questo voto di opposizione è una contraddizione solo apparente: si tratta di una critica generale al modo stesso di essere della nostra società, come già avvenuto negli ultimi anni e mesi anche in Europa e in America.Siamo davanti a una crisi della sinistra di governo?La sinistra europea è stata investita in questi tempi da una critica radicale. Bisogna guardare lontano e dire le cose fino in fondo: sembriamo essere nel cuore di una svolta storica, che mostra come il bagaglio teorico-politico e di prassi delle azioni della sinistra sia invecchiato. Sembrerebbe che la sinistra non eserciti più quella grande forza di attrazione che ha avuto in altre stagioni. “Dico più”, forse perentoriamente, ma temo che questa insoddisfazione possa essere irreversibile se la sinistra non rivede se stessa, in Italia e in Europa.

Insomma, la sinistra finisce in soffitta?

No, ma attenzione: ad essere in crisi non è la premessa culturale del socialismo, anzi. L’equità, la giustizia sociale, la liberazione umana, la dignità della persona risultano, invece, sempre più requisiti impellenti, che stanno prepotentemente al centro della scena politica e sociale con bruciante attualità. Ad andare in crisi è invece il modello di società e di Stato, il rapporto tra le classi sociali e persino una parte dell’armamentario lessicale della sinistra. In sintesi, sopravvive l’idealità e invecchia l’ideologia. Questo si rispecchia in un voto che, animato da una forte spinta di opposizione e di insoddisfazione sociale, in Italia ha premiato un’altra forza politica che non si capisce bene cosa sia, ma saldamente impiantata sul rifiuto, che grida “no” a tutto.

In una parola, si potrebbe definire i vincitori di queste elezioni – Lega e Movimento 5 Stelle – come forze populiste?

Ho timore che il ricorso a questo termine dica troppo poco. Il rischio nella loro vittoria è quello di scaricare la spinta progressista di opposizione sociale in una soluzione politica che è vicina al nulla. Si tratta, infatti, di forze che non hanno ancora – e non so nemmeno se l’avranno – un’adeguata strumentazione degli atti e degli indirizzi politici necessari a trasformare la spinta del “no” nella costruzione di una diversità sociale. Ecco la contraddizione: una spinta naturalmente progressista come quella contro lo status quo, che però si orienta al “no” tout court e quindi al nulla.

Torniamo allora al Pd, che errori ha commesso?

Negli ultimi tempi e anche in questa campagna elettorale, la funzione di governo – pur importantissima – ha tuttavia prevalso rispetto alla Politica con la p maiuscola. Una sinistra di governo, infatti, ha di fronte a sé un compiuto assai arduo: conciliare la fattività riformista e quindi la costruzione di risultati, con la capacità di restare sinistra e quindi di collegarsi alla propria base e di essere capace di mobilitarla continuamente per il cambiamento. Alla sinistra occorrono sempre entrambe le componenti, il pragmatismo riformista e la permanente capacità di mobilitazione e di lotta. Questa seconda, invece, è apparsa molto debole.

Concretamente, che cosa è mancato?

Abbiamo pagato gravemente la quasi scomparsa del partito, in quanto organizzazione e casa permanente della sinistra, sede di continua elaborazione, di partecipazione e persino di lotta. Senza un partito riformista ben organizzato e con alti tassi di partecipazione dei militanti non esiste riformismo possibile, perché non si può riformare solo con gli annunci e i messaggi mediatici, servono i fatti. Contemporaneamente, i soggetti del cambiamento devono partecipare attivamente a questo processo e non possono sentire estranea l’azione dei propri vertici politici. Il cambiamento deve conservare tutta la forza d’urto dell’azione sociale, attraverso la partecipazione.

Un partito che è stato troppo “liquido”, quindi?

Troppo liquido, quasi aeriforme. C’è stata insensibilità politica ma soprattutto culturale rispetto a che cosa sia un partito e a quanto esso sia indispensabile per la vita della democrazia e necessario per radicare convinzione e adesione dei progressisti. Il partito non è un optional secondario e non serve essere leninisti per capirlo; basta essere oggi, hic et nunc, progressisti e riformisti, che oggi sembrerebbe coincidere con una nuova accezione del termine “rivoluzionari”.Ha apprezzato allora la decisione di Matteo Renzi di dimettersi da segretario del partito?Rispetto la decisione di Renzi di collegare il clamoroso insuccesso elettorale con l’assetto del partito. In questo caso le dimissioni o sono immediate o cosa sono? Rispetto anche – se questo è stato il senso del suo scegliere di convocare il congresso dopo le consultazioni – che prima di tutto viene l’interesse del Paese a sistemare la questione drammaticamente urgente del decollo del nuovo Parlamento e di avere un governo. Bisogna, tuttavia, evitare che tutto questo appaia come un rinvio del congresso e delle sue dimissioni.

Anche per questo il Pd è in ebollizione e Renzi è il grande imputato, oltre che della sconfitta, anche della poca salute del partito.

Renzi segretario e netta sconfitta del partito: l’equazione è automatica. Teniamo comunque alta l’ambizione politico-culturale di questo dibattito ed evitiamo di risolvere la critica solo incentrandola su una sola persona. Non facciamo sconti a nessuno ma conserviamo in questo momento uno spirito costruttivo: richiamiamo tutti alle proprie responsabilità, nell’intento di determinare un movimento di tutti e con tutti per allargare e non restringere la partecipazione, per approfondire e non sorvolare sulle questioni teoriche di fondo, per individuare con coraggio intellettuale oltre che politico le vie di uscita da una crisi ormai storica, come pure da un insuccesso così bruciante.

Lei crede che così si esorcizzi quello che prima ha definito “il rischio che la forza attrattiva della sinistra si sia esaurita”?

Io ho visto in tutti i nostri circoli lo sconcerto, il dolore, la sofferenza per questo insuccesso. L’ho visto negli occhi di tutti quegli attivisti che si sono mossi con la consueta generosità, soprattutto nelle ultime settimane della campagna elettorale. Ho assistito ad episodi di azioni e di abnegazione che sono il cuore della militanza politica. Non deludiamo questo potenziale, che c’è e che possiamo ricaricare creando idee nuove di giustizia sociale e di strategia progressista. Molto dipenderà da come sarà organizzato fattivamente e positivamente il dibattito e da come il partito vivrà questo difficilissimo momento istituzionale della Repubblica.

Il suo è un appello all’unità?

È un appello al popolo del Pd. Un richiamo a cambiare risolutamente il vuoto di interesse per il partito e per la sua vitalità di questi ultimi tempi. Senza turbare lo svolgimento delle irrinviabili misure di assestamento istituzionale, deve però essere chiaro che una sconfitta di queste dimensioni -specialmente se è vero che essa risiede anche in una ormai inadeguatezza storica, teorica e strategica degli stessi fondamenti ideali della sinistra – richiede un’operazione politico-culturale radicale. Non bastano l’autocritica politica e persino il rilancio della forma organizzata del partito: esse devono anche essere accompagnate da un largo dibattito. Dobbiamo far crescere la consapevolezza che i cambiamenti dovranno essere profondi e che bisogna ricominciare a pensare teoricamente a che cosa sia, oggi, una vera sinistra.

A proposito del fronte istituzionale, Renzi ha collocato il Pd all’opposizione, come promesso in campagna elettorale nel caso di una sconfitta, ma in molti chiedono di ragionare su un’apertura ai 5 Stelle, nell’ottica di responsabilità istituzionale. Lei come si colloca?

Ora è tempo di opposizione. È successo talvolta, nella nostra storia, che potesse insorgere un ipotetico conflitto tra la volontà di sostenere e rilanciare il partito e l’interesse generale dello Stato. Chi non fa l’interesse del proprio partito è un cattivo politico e un cattivo militante, chi non fa l’interesse del proprio Paese è un cattivo cittadino. Tenderei a dire che in una tale ipotesi di conflitto, che tuttavia non so quanto sia attuale, anzitutto viene l’interesse del Paese. Questo interesse, però, si tutela assumendosi compiti di sostegno al governo, ma lo si può fare altrettanto svolgendo una energica e positiva azione di opposizione. Il Paese ha bisogno di un buon governo ma anche di una efficace opposizione. La scelta è spinosa, ma in nessuno dei due casi la soluzione può essere un rifugio in cui collocarsi solo nell’interesse del proprio partito.

Non teme, nel caso di un appoggio al futuro governo, di mettere in crisi ciò che è rimasto dell’elettorato del Pd?

Io credo che se sapremo sostenere efficacemente, anche di fronte a un certo nullismo presente in altri partiti, una concreta azione politica che assicuri una gestione istituzionale in favore dell’Italia, questo potrà giovare al Pd e al suo rilancio politico.

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