L’intervista di Berlinguer a Il Mattino

di Alberto Alfredo Tristano

«Esiste una questione morale in un partito quando questo è nel pieno di una bufera. Ecco, io non vedo pioggia, ma sbaglieremmo a sottovalutare lo sfondo di nuvole nere». Luigi Berlinguer, sin dalla nascita del Pd nel 2007 e per i successivi sette anni, è stato il presidente della Commissione di Garanzia del partito. A lungo parlamentare, ministro dell’Istruzione e autore della riforma della scuola che porta il suo nome, infine componente Csm.La primarie di Napoli con tanto di ricorsi e le migliaia di schede bianche a Roma sono al centro di una dura polemica interna al Pd.

 Che opinione si è fatta?

«Premetto che mi mancano alcuni dettagli, tuttavia mi pare di poter esporre un’impressione, specie rispetto alla vicenda napoletana, che si forma a monte dei particolari, che pure sono importanti. Sin dalle origini nel nostro partito si è sentita l’esigenza di dare un codice etico, ritenuto assolutamente fondante delle attività e dell’azione dei suoi iscritti e dirigenti, ma a me pare che esso sia ampiamente sottovalutato. Si parla molto di regole, e non sarò certo io a dire che non siano determinanti, però non si affronta il vero tema che è quello delle tenuta morale dei nostri comportamenti. Intendiamoci, un partito non è un club di francescani o di predicatori ma se si dichiara di sinistra e intende quindi agire concretamente per cambiare il Paese anche nella chiave della giustizia sociale, non può prescindere da una sostanza di rettitudine e di correttezza che viene ancor prima del rispetto delle regole interne».

Manca correttezza nel Pd?

«Ciò che manca è il carattere diffuso di un profilo etico. Sul punto, vedo una qualche disinvoltura o sottovalutazione di troppo. Si discute adesso se siano rispettate le regole, ma non è questo il punto. Senza una comune sensibilità, le regole saranno sempre aggirabili. Intendiamoci, anche nel passato ci sono stati episodi simili e certo non si può pensare che al mondo siano tutti illibati: le macchie esisteranno sempre. Ma se si consolida l’idea di una moralità come prerequisito essenziale, anche le trasgressioni saranno ridotte drasticamente. Altrimenti…».

Altrimenti?

«C’è un serio rischio di deriva. Anche i piccoli episodi possono prospettare una realtà di distorsioni ampie. Mi auguro che la questione di Napoli sia vissuta come un chiaro avvertimento».

C’è una questione morale nel PD?

«No, questo lo escludo. Gli episodi non sono la norma, ma l’eccezione. Esiste il rischio però che l’eccezione dilaghi. Ecco perché occorre tutelarsi per tempo, evitando un disastro futuro. Esiste una questione morale in un partito quando questo è nel pieno di una bufera. Ecco, io non vedo pioggia, ma sbaglieremmo a sottovalutare lo sfondo di nuvole nere».

Lei nel 2013 sulle liste per le Politiche prese la difficile scelta di escludere, perché sotto indagine, i due candidati siciliani Mirello Crisafulli e Antonio Papania e il campano Nicola Caputo, spiegando che era valso come principio la tutela dell’immagine e della stessa onorabilità del partito. È questo il criterio prioritario?

«Ci sono dei momenti in cui il clima può influenzare decisioni che non trovano poi conferme nei fatti. Purtroppo ci trovavamo nella tenaglia tra la legittima ambizione dei candidati e la base e la pubblica opinione che chiedevano un intervento radicale, anche da giustizia sommaria, se vuole. Peraltro siamo un partito, non un tribunale, un organo quindi dove l’opinione pubblica è un dato assolutamente da considerare, e perciò quella decisione non poteva forse esser presa diversamente. Tuttavia andrebbe rivisto il nostro sistema di regole interno al riguardo, tutelando innanzitutto e maggiormente il principio di non colpevolezza che oggi fa acqua da tutte le parti».

Le primarie funzionano così come sono adesso?

«Io le ritengo necessarie e fondamentali, credo però che vadano apportati dei correttivi che le mettano al di sopra di ogni sospetto, soprattutto per evitare che si parli di ciò che non funziona e non del moltissimo che funziona. Penso, per esempio, e senza voler assolutamente suggerire paragoni tra Nord e Sud, alla straordinaria prova che ci ha offerto Milano, modello di una consapevolezza democratica non alta ma altissima. Dove non sono valsi criteri di cordata, ma valutazione vera sui candidati».