Una legge dello stato (detta impropriamente “buona scuola” 107/15), ha introdotto una novità radicale nel nostro sistema scolastico: tutti gli alunni devono praticare esperienze artistiche. In questi giorni si stanno elaborando i decreti legislativi in attuazione di questa novità. Il decreto legislativo dovrà essere definitivamente adottato dal Governo entro la metà di aprile. La procedura è ormai a buon punto. Avremo finalmente una vera e propria legge che introduce per tutti gli studenti italiani la pratica artistica e musicale.

Nella scuola si stanno introducendo innovazioni, più o meno interessanti. Insufficienti certo, e non tali da modificarne l’impianto complessivo; comunque innovazioni. Su di esse si è messa in moto una reazione negazionista, in parte perché non si conosce la loro vera sostanza, in parte per ostilità a questi cambiamenti e all’indirizzo progressista della centralità dell’apprendimento, essenziale invece alla formazione della persona.

Il cambiamento proposto è nell’impianto metodologico fondato sull’apprendimento e sul protagonismo discente; ma investe insieme i contenuti di ciò che si studia, colmando una ormai storica – e grave – arretratezza italiana.
Occorre pertanto informare i lettori che questo decreto ha innanzitutto il compito di introdurre per la prima volta nella scuola italiana l’esperienza artistica e l’apprendimento musicale per tutti gli studenti. Di questo fatto le considerazioni critiche non sembrano consapevoli. Lo ignorano.

La proposta del Governo trova opposizione per vari aspetti. “La principale obiezione al decreto è il fatto che si tratta di un provvedimento a costo zero. Art. 17”, si dice in una lettera di Tommaso Montanari inviata a “La Repubblica” il 23 gennaio. Fortunatamente la cosa non è vera. In quell’articolo 17 sono previsti infatti 2.400 docenti assegnati a questo compito attraverso il 5% del cosiddetto “potenziato”: certo, ancora pochi, insufficienti, ma è un primo passo, aggiunto a due milioni di euro. Il processo comincia, in Parlamento e nella scuola la battaglia è già partita. Già si ventila di elevare la somma del 5 per cento del potenziato fino al 10 per cento (il doppio, quasi 5000 insegnanti). Ciò significherebbe che almeno nella scuola primaria l’apprendimento musicale possa significativamente decollare; e diventerà inarrestabile.

Forse taluno può essere stato fuorviato da un’infelice formulazione del testo, di nessun concreto rilievo ma capace di eccitare reazioni ideologiche: parlo di un riferimento al Made in Italy, che rischia di confondersi con la definizione del patrimonio artistico. Personalmente sono contrario ad una tale formulazione. Ritengo però importante ribadire che l’azione educativa in Italia deve costruire conoscenze, stimolare la creatività artistica, contribuire a formare la base culturale del lavoro di domani sintonizzandosi con la grande tradizione estetica italiana.

Nello stesso articolo richiamato si sostiene che col Decreto Legislativo “si prefigura una società in cui la conoscenza critica non si sa distinguere dall’intrattenimento”. Mi sembra un po’ grossa! Come si può pensare che l’esperienza artistica sia considerata “intrattenimento”! Ma si sa che impegno richiede studiare musica, quale sforzo cerebrale ed esercizio questo comporta?
Non si può più negare che nella scuola l’arte è altrettanto necessaria della logica e delle cognizioni. Anzi, la critica ed il suo esercizio si arricchiscono, se assieme ad una stimolazione logica è presente la stimolazione delle proprie pulsioni artistiche. La stessa analisi del reale che non si basi solo sulla conoscenza si arricchisce attraverso approcci anche creativi. Questo è educazione.

Leggo nelle osservazioni critiche di cui parlo una filippica contro la presunta volontà del testo del decreto di “annegare la conoscenza storica in un mare di dolciastra retorica della bellezza”. Confesso una mia propensione al dolciastro, e temo che non cesserò di insistere perché la scuola sia anche (e forse soprattutto) educazione al bello. Vedo qui un aspetto essenziale e qualificante della nuova scuola, ed è qui il cambiamento: piena cittadinanza alle discipline, al rigore, alla serietà; ma anche all’emozione, alla creatività; Si tratta di una sensibilità che si può anche riscontrare nel dettato costituzionale, laddove l’art. 33, uno dei due articoli sulla scuola, scolpisce il primo messaggio: “L’arte e la scienza sono libere e libero ne è “l’insegnamento”. L’interconnessione tra mondo emotivo e la razionalità, la relazione tra emozioni e il pensiero (fino allo stretto rapporto tra mente e corpo). Ecco la scuola. E qui, in questo messaggio, c’è proprio la scuola nuova.

L’articolo su la Repubblica: Il dovere di insegnare il bello